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Cura del sé e filosofia della cura, parte III: conversione e/o conversazione

Cura del sé e filosofia della cura, parte III: conversione e/o conversazione

25 gennaio 2016#cultura957Views

Quanto segue è frutto di una collaborazione bellissima con Filosofia e nuovi sentieri. Un saggio sulla cura, un argomento a cui tengo particolarmente. Qui pubblicherò il sabbio a puntate, in modo da rendere lieve la lettura. Su Filosofia e nuovi sentieri troverete il saggio completo, per gli impazienti. Dopo la seconda parte, questa è la terza parte.

La filosofia è condivisione di intenti, è simpatia! 

Abstract: il saggio ha lo scopo di analizzare il concetto di cura così come è stato considerato dalla filosofia antica e ripreso della filosofia del novecento. Con l’ausilio dei testi, si pone l’attenzione sulla necessità pratica di utilizzare la filosofia come mezzo e modo del vivere autentico.

Da quanto detto, risulta evidente che si tratta di una conversione che è il risultato di una conversazione con se stessi che porta ad un cambiamento radicale e radicato della questione vita che tanto affanna l’uomo da sempre. Conversare con se stessi e modificare la propria esistenza in modo da vivere secondo una certa filosofia significa essere persone consapevoli prima di ogni altra cosa. Nell’ambito di un dialogo, l’interlocutore è spinto a decidere se prendere la decisione di vivere secondo coscienza e regione: si o no, dentro o fuori, senza mezzi termini. L’intento di Socrate «è di portare l’interlocutore alla scelta di quel tipo di vita (bios) che si porrà in accordo armonico-dorico con il logos, la virtù [areté], il coraggio e la verità», sostiene Foucault (1). È tutto questo che nel Lachete induce Nicia a sostenere che in un dialogo con Socrate il soggetto non è ciò di cui si parla ma chi parla.

Chi si trova a ragionare con Socrate, come capita, ed entri in conversazione con lui, qualunque sia il soggetto in discussione è trascinato torno a torno ed è forzato a continuare finchè non casca a render conto di sé del modo in cui ha trascorso la sua vita: è una volta che c’è cascato Socrate non lo lascia più prima di averlo passato al vaglio ben bene e in ogni parte. (2)

Vivere senza filosofia è, quindi, impossibile. È importante portarla con sé, prendersene cura, della vita e della filosofia della vita. Una vita senza filosofia forse, non ha neppure senso viverla. È Socrate ed eliminare il forse e ha consegnare alla filosofia il primato su ogni cosa. Nell’Apologia di Socrate si legge: «una vita che non faccia di cotali ricerche, non è degna di essere vissuta» (3). Tali ricerche sono ovviamente, quelle filosofiche a cui non si può rinunciare. Il merito della filosofia antica, tra gli altri, è stato quello di elevare la filosofia stessa, intesa come mero ragionamento sul sé, a dimensione alta e nobile del vivere stesso. Tale tipo di ragionamento comporta una consapevolezza a cui si richiamava l’oracolo delfico quando si fece carico di affermare il conosci te stesso come ammonimento di vita e per la vita.

Conoscere se stesso, praticarsi, e soprattutto abitare la propria anima rientra di diritto a far parte di quel processo più ampio e più complesso della cura del sé. È lo stile di vita filosofica di cui parlava Alcibiade nell’omonimo dialogo di Platone. In età adulta l’unico scopo è realizzare se stesso nella propria dimensione personale e se questo deve essere lo scopo anche di Alcibiade allora la questione deve essere posta in questi termini: come riesco a conoscere la tecnica per curare me stesso se non riesco a conoscere quel me stesso, quelle me che mi appartiene? Ecco compiuta quella metamorfosi e quella trasformazione fondamentale che avviene inevitabilmente ogni qual volta si cerca di vivere con la filosofia. «Conoscendo ciò, me stesso, possiamo probabilmente conoscere in cosa consista la cura di noi stessi, ignorandolo non lo conosceremo mai» (4), prosegue Socrate.

Il sé, che è l’anima, che è l’uomo, ha bisogno di praticare la cura di sé come se fosse una virtù. Tale virtù è il sapere che ha il potere di indirizzare tutte le altre virtù, di valorizzarle perché senza il sapere, che è chiaro ormai essere la prima virtù, tutto il resto esiste ma non nella misura in cui lo deve essere. Tale sapere, tale conoscenza che esiste in relazione alla cura di sé e in sua funzione, è già, nello stesso momento, cura di sé. La conoscenza nel momento in cui è tale, è cura di sé perché rende semplicemente migliori. È per tutta questa serie di ragioni che

il dialogo socratico appare come un esercizio spirituale praticato i comune che invita all’esercizio spirituale interiore, ossia all’esame di coscienza, all’attenzione a sé, insomma al famoso “Conosci te stesso”. Se è difficile individuare il significato originario di questa formula, non resta meno vero che essa invita ad un rapporto di sé con sé che costituisce il fondamento di ogni esercizio spirituale (5).

L’esercizio spirituale è proprio quella conoscenza di se stessi che si deve praticare per avere quella vita filosofica di cui tanto si è parlato.

Fine parte III.


(1) M. Foucault, Roma 1997, pp. 66-67.

(2) Platone, Lachete, 187e6.

(3) Platone, Apologia di Socrate, 38a.

(4) Platone, Alcibiade, 129a.

(5) Hadot, Torino 2005, p. 45.

Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

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