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Cura del sé e filosofia della cura, parte IV: il sé

Cura del sé e filosofia della cura, parte IV: il sé

1 febbraio 2016#cultura911Views

Quanto segue è frutto di una collaborazione bellissima con Filosofia e nuovi sentieri. Un saggio sulla cura, un argomento a cui tengo particolarmente. Qui pubblicherò il sabbio a puntate, in modo da rendere lieve la lettura. Su Filosofia e nuovi sentieri troverete il saggio completo, per gli impazienti! Dopo la terza parte, questa è la quarta ed ultima parte. A voi lettura e commenti.

La filosofia è condivisione di intenti, è simpatia! 

(Abstract: il saggio ha lo scopo di analizzare il concetto di cura così come è stato considerato dalla filosofia antica e ripreso della filosofia del novecento. Con l’ausilio dei testi, si pone l’attenzione sulla necessità pratica di utilizzare la filosofia come mezzo e modo del vivere autentico).

La filosofia non era solo una parola di cui riempirsi la bocca senza significare niente. Essa era un modo di vivere pratico e praticabile che acquisiva senso nella misura in cui, appunto, era praticato, reso reale e possibile. Scrive Hadot:

la filosofia era un metodo di progresso spirituale che esigeva una conversione radicale, una trasformazione radicale della maniera di essere. Maniera di vivere, la filosofia lo era nel suo scopo, la stessa σοφία. Poiché la sapienza non fa solo conoscere, fa “essere” diversamente. (1).

La sapienza è, dunque, quella cosa senza la quale si è ma non si è diversamente, ovvero quella cosa senza la quale quel vivere bene tanto auspicato, voluto e desiderato non si realizza neppure in minima parte. Resta da comprendere quel diversamente: ma diverso da chi? Si è sempre diversi da qualcuno ed in questo caso si è diversi, è chiaro ormai, da chi non vive con la filosofia tra le mani, tra i passi del suo cammino, nell’aria che respira. L’esercizio spirituale della conoscenza necessita di una pratica ed è questa la grande lezione socratica e di tutta la filosofia greca che si è interrogata prima che sul destino dell’uomo, sull’uomo in quanto tale, su quell’essere che si è senza capire, però, il perché. Questo processo di pratica è possibile grazie a colui che è pronto ad impegnarsi a prendersi cura di quella cura che ognuno deve avere per se stesso. Ecco un altro passaggio fondamentale: quello che conduce alla figura del maestro, cardine e necessità per chiunque. Prendersi cura della cura che devo avere per curare me stesso. È questo in poche parole quello che aggiunge Foucault (2) alla lezione socratica, di cui sopra. Montanari (3) riflette sul fatto che questo modo di pensare di Foucault è sicuramente influenzato della cura così come viene spiegata da Martin Heidegger in Essere e Tempo. Per facilitare la comprensione, si riporta il brano per intero. Heidegger scrive:

i modi positivi dell’aver cura hanno due possibilità estreme, L’aver cura può in un certo modo sollevare gli altri dalla loro “cura”, sostituendosi loro nel prendersi cura, intromettendosi al loro posto. Questo aver cura assume, per conto dell’altro, il prendersi cura che gli appartiene in proprio. Gli altri risultano allora espulsi dal loro posto, retrocessi, per ricevere, a cose fatte e da altri, già pronto e disponibile, ciò di cui si prendevano cura, risultandone del tutto sgravati.

Questo modo di aver cura è per sostituzione. Prendere il post di un altro, sostituirsi a qualcuno. È un errore. Lo dice Heidegger nel momento in cui definisce questa cura in autentica e lo dice la filosofia classica nel momento in cui parla di cura del sé come esercizio spirituale volto alla trasformazione del sé, quel sé del mio sé che è mio e di nessun altro. Prosegue Heidegger:

Opposta a questa è quella possibilità di aver cura che, anzicchè porsi al riparo dagli altri, li presuppone nel loro poter essere esistentivo, non già per sottrar loro la “Cura”, ma per inserirli automaticamente in essa. Questa formula di aver cura, che riguarda essenzialmente la cura autentica, cioè l’esistenza degli altri e non qualcosa di cui essi si prendono cura, aiuta gli altri a diventare consapevoli e liberi per la propria cura. (4)

Il senso dell’aver cura è questo: essere inseriti automaticamente nella cura. Tale inserimento, che è poi il senso della filosofia socratica, comporta che l’interlocutore si prenda personalmente cura di sé e non di qualcun altro. Il maestro, di cui sopra, ha questa funzione: inserire nell’orizzonte della cura il suo interlocutore, guidarlo ma non sostituirsi ad esso per nessun motivo. L’aspetto fondamentale è la maturazione della persona. Senza questa il mio sé, mio in quanto mio e basta, non viene autenticamente conosciuto e quella cura autentica, di cui parla Heidegger, non realizzata.

La cura del sé non è altro che il circolo della conoscenza più pura e più semplice: quella del sé. Un tipo di conoscenza che non si accontenta della superficie delle cose ma ama andare nel profondo dell’animo umano, oggetto da conoscere, considerare e scoprire nella sua interezza. Quanto questo modo di agire serva tutt’ora è facile da capire. La virtù della sapienza è nulla senza un valore annesso. Non è possibile conoscere altro se prima non si è venuti a conoscenza di se stessi e trasformati in qualcosa di diverso da. È questa la grande lezione socratica che, in un certo qual modo, dobbiamo tutt’ora ripetere e ripeterci ancora.

Fine parte IV. Precedentemente sono state ripubblicate le parti: I, II, III.


(1) Hadot, Torino 2005, p. 156

(2) M. Foucault, Milano 2003, pp. 52-54

(3) M. Montanari, Milano 2009, cit. pp. 68-69

(4) M. Heidegger, Milano 1990,  pp. 157-158

Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

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