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Death Cafe: mortalità a tavolino

Death Cafe: mortalità a tavolino

Avete mai parlato agli amici della morte? Vi siete mai confrontati su questo tema? Che rapporto avete con la morte? Come si racconta la morte ad un bambino e voi come ve la siete raccontata? Ed ancora: cremazione o sepoltura? Funerale per pochi intimi? Dove preferireste morire? Al Death Cafe non si ha paura di affrontare la morte e perchè no rispondere anche alla domanda: sulla tomba fiori tutto l’anno? La morte accade come tante altre cose ma in quanto fine di qualcosa non è stata mai un argomento di conversazione.

Tutto questo è cambiato nei primi anni del secolo quando il sociologo svizzero Bernard Crettaz  ha organizzato i primi Death Cafe, con lo scopo di contrastare la rimozione della morte e del lutto che ognuno di noi tende a fare. Un momento in cui ci si fermasse e si parlasse della morte e del dolore della morte era necessario perché, spiegano psicologi e sociologi, che parlare di qualcosa che rifuggiamo e allontaniamo per paura è il passo più importante per evitare che questo qualcosa ci condizioni l’esistenza. Così l’esperimento è andato avanti e nel 2010 quando Jon Underwood e Sue Barsky Reid hanno aperto a Londra il primo Death Cafe. Secondo l’Indipendent in un sondaggio condotto dalla Dying Matters, circa il 70% delle persone sono a disagio quando si parla di morte e così lo stesso Underwood, all’Indipendent ha dichiarato che era necessario un ambiente accogliente in cui si parlasse di morte liberamente, in cui si cercasse di rispondere a delle domande che, seppur banali, non avevano risposte.

In pochi anni sono sorti 2000 Death Cafe in tutta Europa e l’Italia non è stata da meno. Esperimenti di questo genere sono stati condotti a Firenze e a Verona con ottimi risultati e lo scorso 29 ottobre il Death Cafe è arrivato a Bologna con un successo inaspettato. Ho avuto il piacere di scambiare qualche opinione su questo tema con il Dottor Francesco Campione, specialista in Psicologia medica e docente dell’Università di Bologna. Nell’Ateneo insegna Psicologia Clinica in più corsi. Il dottor Campione è responsabile del Death Cafe a Bologna in quanto fondatore e presidente della I.A.T.S. (International Association of Thanatology and Suicidology), l’associazione che, in collaborazione con l’Associazione Rivivere, di cui lo stesso è presidente, ha organizzato l’incontro.

A Bologna com’è stato recepito il messaggio? Il messaggio è stato recepito molto bene, basti pensare che la sera del death cafè abbiamo avuto tante persone che si sono spontaneamente presentate nonostante che la serata fosse a inviti.Ora abbiamo iscritti per almeno altri due o tre incontri con 20 persone ciascuno (il numero deve essere così ridotto per dare la possibilità a tutti gli intervenuti di parlare liberamente). Non si tratta di un vero e proprio caffè, ma di un centro studi sulla morte e il lutto che diventa periodicamente luogo di incontro per dare la possibilità a chi vuole di parlare della morte.

Il modo di parlare della morte è cambiato e secondo il Dottor Campione questo, soprattutto in Italia, deve avvenire per due motivi: “per non rassegnarsi a vivere in un’epoca in cui l’unico modo per affrontare la morte sia distrarsene, cioè non affrontarla, cosa legittima e utile solo quando bisogna divertirsi e non quando,per qualche ragione( ad esempio quando ci si ammala), si rischia di morire; perché si fa l’ipotesi che sono tantissimi coloro che vorrebbero parlare della morte e affrontarla ma non c’è nessun canale di comunicazione che lo consente (e quindi se c’è un “circolo dei mortali” i “mortali” potranno non parlare della morte solo tra sé e sé o solo in modo indiretto,ad esempio,con l’umorismo)”. Ma quali sono, nello specifico, gli argomenti di cui si discute in un Death cafè? “Si parla a ruota libera il primo incontro, poi dal secondo incontro tramite un sondaggio nel gruppo si sceglie un tema specifico (ad esempio :come si comunica sulla morte con un bambino?) e se ne parla sempre a ruota libera”. Libertà di parola e che i pensieri escano fuori a fiumi! 

Ma perchè parlare della morte? Spesso si affrontano i problemi per esorcizzarli, si cerca di parlare delle questioni più complicate, di spendere parole su cose di cui abbiamo timore proprio per i timore che, diversamente, diventino taboo. In quanto direttore e fondatore della Rivista italiana di tanatologia e fondatore dell’Istituto d Tanatologia e Medicina psicologica, chi meglio del Dottor Campione potrebbe rispondere alla domanda: parlare della morta è un modo per esorcizzarla? “Parlando della morte la si esorcizza solo quando la si banalizza:il nostro scopo non è questo ma aprire un canale di comunicazione assente nella nostra cultura per tornare a fare anche nella nostra epoca ciò che l’umanità ha sempre fatto,cioè pensare alla morte perché non sia così tragica come è diventata da quando l’umanità si è arresa alla sua ineluttabilità di annullamento e non la combatte più potendosene solo distrarre”. 

“to increase awareness of death with a view to helping people make the most of their lives”

(favorire la consapevolezza della morte con l’intento di aiutare le persone a dare il meglio di sé nelle loro vite finite). Questo l’obiettivo di ogni Death Cafe ed è per questo che in questa prospettiva comune, il Death Cafe si propone di contrastare un’idea dominante ovvero che le persone danno il meglio di sé nella loro vita e rifiutano di parlare della morte. Spinoza diceva: “il saggio pensa alla vita e non alla morte”. In quest’ottica non vi è nulla di più errato, infatti parlare della morte è importante “non per favorirne l’avvento, – prosegue in Dottor Campione – ma appunto per potersi preparare ad affrontarla quanto prima o dopo per tutti arriva o attraverso la propria fine o attraverso quella dei cari. Va benissimo d’altra parte distrarsi dal pensiero della morte quando bisogna divertirsi”.

La letteratura ha affrontato la morte in modo diverso, il cinema ne ha mostrato i volti e ne ha raccontato le sensazioni postume di chi l’affrontava essendo ancora in vita. Mai che la morte si fosse seduta davanti ad un caffè così come la famiglia, i figli, l’amore, il lavoro, la politica, l’economia. La morte non è mai stata un buon argomento di conversazione. Sfatiamo il mito e prendiamo un buon caffè con la morte. Lungo, corto, ristretto, macchiato, all’americana nei Death cafe si parla della morte quella conosciuta perché vissuta e raccontata così come la vita.

Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

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