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Gabriella e il suo lavoro narrato | #lavoronarrato

Gabriella e il suo lavoro narrato | #lavoronarrato

Gabriella Faiella è una fisioterapista e attualmente lavora in una Casa di Cura e Riabilitazione per degenza post-acuta. E’ in questo campo da 27 anni. Ha cominciato con una prima esperienza di impiego ambulatoriale con i bambini diversamente abili e con deficit di linguaggio. Poi c’era l’assistenza domiciliare per un totale di 36 ore settimanali. Poi ha continuato ad alternare riabilitazione domiciliare ed ambulatoriale per cinque anni con bambini affetti da ritardo psicomotorio in età scolare e pre-scolare e con difficoltà di apprendimento  e di linguaggio. Prima di approdare alla Casa di Cura e Riabilitazione, Gabriella ha continuato a lavorare in ambulatorio, part-time, con bambini con disturbi del linguaggio e di apprendimento.

Di Gabriella devo dire poco. Lei si racconta da sé!

Cos’è il tuo lavoro, per te?

“Il lavoro per mè è stato un’ opportunità  per realizzarmi professionalmente. Ho avuto l’esempio dei miei genitori, soprattutto quello di mia madre che continuava a ripetere a noi figli che sia per l’uomo che per la donna era necessario lavorare per potersi realizzare nella vita come persone. Il lavoro per me è occasione continua di crescita e di evoluzione. Lavorare in campo riabilitativo ancor di più perché è un lavoro che si fonda sulla relazione con l’altro la  “relazione d’aiuto” in cui è tanto necessario quanto inevitabile lo sviluppo di  capacità comunicative necessarie per stabilire una relazione positiva ed emotivamente armonica con i pazienti e con i familiari. La relazione fa parte della cura e crea un forte legame con il paziente”.

Qual è la cosa più bella  e più brutta del tuo lavoro?

Mi sono resa conto che 36 ore settimanali son tante per un lavoro così importante e così impegnativo. L’impegno è fisico, mentale, psicologico ed emozionale. Un lavoro come quello del Fisioterapista e del Terapista della Riabilitazione richiede grandi capacità nel supportare, accompagnare, contenere, sollecitare chi è in condizione di collaborare nel percorso di recupero e stimolare, ascoltare, sostenere chi invece non è sempre in condizioni di collaborare e di creare una buona alleanza terapeutica (si pensi ad esempio ai pazienti affetti da Alzheimer o pazienti caratterizzati da forti deterioramenti cognitivi), situazione ancor più impegnativa  per i riabilitatori di pazienti psichiatrici.

L’orario di lavoro del fisioterapista andrebbe rivisto e ridotto per avere tempo di recuperare le energie investite durante le ore lavorative.

Com’è possibile ovviare a questo problema?

Alcune manovre terapeutiche come l’esecuzione di tecniche di rieducazione neuromotorie come ad esempio in pazienti affetti da ictus, esercitano sollecitazioni sull’apparato muscolo scheletrico di livelli non trascurabili. La soluzione sarebbe quella di alternare i carichi di lavoro con dei sufficienti tempi di recupero oppure avere la possibilità di poter lavorare nel campo non più di 15-20 anni, avendo a disposizione nuove  possibili mansioni oppure nuovi lavori”.

“La cosa che mi piace di più del mio lavoro è appunto  la “relazione”. In merito ho avuto l’esigenza di formarmi come Counselor Professionale presso l’ASPIC di Salerno (Scuola Europea per lo Sviluppo Psicologico dell’Individuo e della Collettività), formazione che ha richiesto un profondo e continuo  lavoro di autoesplorazione con  un inevitabile, positivo e conseguente sviluppo della personalità.  Una gestione costruttiva della relazione è ancor più necessaria quando il Fisioterapista  si trova a doversi occupare di pazienti affetti da malattie croniche.

il concetto di salute ha subito dei cambiamenti nel tempo: essere sani non è più considerato uno stato di assenza di malattia e di sintomi ma significa piuttosto essere efficienti e in grado di gestire il disagio che la patologia cronica comporta vivendo una situazione di stabilità e di equilibrio bio psicosociale

“Con il tempo ho imparato che l’attività di cura coincide anche  con l’anamnesi e con la narrazione: la narrazione del disturbo agisce come una forza catartica, come uno dei migliori placebo. Se mi trovo di fronte ad un paziente che dopo tre o quattro giorni continua a lamentarsi di un sintomo oppure continua a restare fisso sul suo problema senza cercare una soluzione e le strategie utili per superarlo mi faccio raccontare in maniera dettagliata di quel dolore e con domande aperte e finalizzate lo accompagno alla sua minuziosa descrizione, così pure mi faccio descrivere i momenti che hanno preceduto o accompagnato l’evento acuto oppure chiedo di parlarmi della propria famiglia, creando un ponte,  un contatto umano, un legame, una relazione. Con l’esperienza ora  posso affermare che  il 90% dei pazienti  dopo questa “narrazione” riferisce di sentirsi meglio”.

Sono stata sempre  rapita dai loro racconti e sono stata sempre affascinata dal mondo interiore delle persone

Un lavoro di narrazione: in che senso?

“Ho sentito le storie di vita più disparate e per ognuna c’è stato un continuo confronto con  la mia così che oggi posso dire che il mio lavoro mi ha arricchita molto dando valore al senso profondo della vita, ai modi di essere e di stare al mondo. Il mio lavoro credo sia un lavoro fondato  sull’ascolto e sull’osservazione.   Per ascolto intendo la capacità di accogliere quello che c’è in quel momento, anche nel silenzio. Molte volte alle domande che mi vengono poste a cui non ho una  risposta, perché la risposta è sempre  insita in ognuno di noi, in chi la fa,  ho risposto con il silenzio e tantissime volte ho verificato che il silenzio quando è autentico lascia sempre lo spazio al significato profondo dell’altro e al rispetto della propria visione della vita. Il silenzio accoglie, com-prende, e rende compassionevoli, lascia spazio all’altro di essere,  di fare o di non fare”.

La narrazione di sé favorisce la partecipazione attiva del paziente al processo di cura, sia nella progettazione che nella realizzazione e riconosce il valore della personalità del paziente, della sua storia di sofferenza e del suo diritto all’autodeterminazione.

La cosa più bella del mio lavoro è stata la sua benedizione nel darmi la possibilità di apprezzare anche le  più piccole cose della mia vita come un gesto affettuoso, uno sguardo benevolo, un sorriso donato con affetto e la sensazione di sentirmi utile e di fare qualcosa di buono per gli altri così come gli altri fanno ogni giorno con me nell’aprirsi  e rivelare  il proprio unico e infinito mondo

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Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

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