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Istituito italiano per gli Studi filosofici: perchè la cultura sotto sfratto?

Istituito italiano per gli Studi filosofici: perchè la cultura sotto sfratto?

17 maggio 2016#cultura716Views

Istituito italiano per gli Studi filosofici di Napoli, 1975.

Nel 1946 fui eletto Rettore, il primo dopo la guerra, dell’Università di Lipsia nella Germania dell’Est […]. A quel tempo mi chiedevo tuttavia se un giorno sarebbe nata un’istituzione che fosse in grado di risvegliare a nuova vita la nostra tradizione culturale ormai irrigidita dalle regole di una società burocraticamente organizzata e finalizzata all’ideale del profitto economico. Era mai possibile una tale istituzione? Oggi, come membro dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici posso affermare che ciò è possibile.

Così scriveva nel suo Appello per l’Europa, Hans-Georg Gadamer. In quella occasione, Gadamer rifletteva sulla necessità di correre in soccorso alla cultura in pericolo. “Il pericolo – scrive ancora Gadamer – era della crescente specializzazione e del carattere monologico dell’insegnamento e del sapere”. Gerardo Marotta, avvocato napoletano, mise a disposizione le sue stante private per ospitare un luogo di cultura nella Napoli filosofica, un luogo di sapere nella Napoli del malaffare. L’Istituito italiano per gli Studi filosofici, fu fondato nel 1975 a Napoli da Enrico Cerulli, Elena Croce, Pietro Piovani, Giovanni Pugliese Carratelli e da Gerardo Marotta, intorno alla biblioteca umanistica di oltre centomila volumi, messa insieme in un trentennio di pazienti ricerche di fondi librari in tutta Europa.

Gadamer accolse con incredulità e stupore questa iniziativa. Una istituzione nuova che fondasse e si fondasse, sull’interdisciplinarietà e il dialogo. “Questi – prosegue ancora Gadamer nella sua lettera – non sono marginali ma, al contrario, sono al centro dell’interesse dell’Istituto italiano per gli Studi Filosofici, la cui attività fondamentale sta nei “seminari”, un’attività in cui, come dice il nome, si gettano dei semi destinati a germogliare su un comune terreno spirituale, in quel “Leben in Ideen”, di cui parlava Humboldt e che io ho proposto quasi ad emblema dell’Istituto”.

Il compito da ottemperare con pazienza e dedizione, è la subordinazione delle regioni economicamente svantaggiate rispetto a quelle favorite dal progresso tecnologico. Quella cultura dell’economia, dell’utile che piega l’inutile (per parafrasare il titolo di un noto libro di Nuccio Ordine). La cultura di massa, economicamente destinata a rimanere al passo, “comincia – scrive Gadamer in tempi non sospetti – ad essere minacciata dai pericoli prodotti dal divario tra paesi ricchi e paesi poveri”. A questa crisi si risponde ponendo le nuove generazioni al centro. Queste sono flessibile leva “per una riorganizzazione della vita non secondo domini separati ma sulla base di una crescente solidarietà. Questo è il compito al quale, come suggerivo, bisognerebbe assolvere con pazienza e lavoro”, conclude.

L’Istituito italiano per gli Studi filosofici oggi è un insieme di scatoloni impolverati. La cultura chiusa in scatole di cartone, modificate nella forma dall’umidità delle sere trascorse. La cultura sotto sfratto ha ricevuto dal Cipe, lo scorso primo maggio, un contributo al finanziamento delle attività di ricerca e formazione dell’Istituto italiano per gli Studi filosofici e dell’Istituto italiano per gli studi storici, per 4 milioni di euro. All’appello del 2012 a favore della riapertura della biblioteca al pubblico, è seguito l’appello della Fédération Internationale des Sociétés de Philosophie
in favore dell’Istituto italiano per gli Studi Filosofici e una petizione pubblica che è possibile firmare qui.

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Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

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