close
Il bisogno di credere nella riflessione di Julia Kristeva

Il bisogno di credere nella riflessione di Julia Kristeva

29 febbraio 2016#cultura#Filosofiapopolare1417Views

Quando i pensieri prendono forma hanno sempre bisogno di un’anima che li accolga. Andrea si presenta da solo. Tra le righe.

La filosofia è condivisione di intenti, è simpatia! 

 

di Andrea Vaccaro*

Quando si è piccoli le domande sorgono in maniera spontanea. Uscito da una lezione di catechismo, chiesi a mia madre come mai avesse scelto di professare la religione cattolica. Mi rispose dicendo che noi siamo italiani e in Italia il cattolicesimo è la religione di stato. Alla sua prevedibile risposta seguì un’altra domanda, decisamente più insidiosa. Chiesi a mia madre se lei fosse davvero sicura che la religione cattolica fosse la religione giusta da seguire. In fondo non esiste solo il cattolicesimo. Ci sono tante altre religioni. Mia madre se la cavò raccontandomi la storia di suo nonno che fu guarito da Padre Pio, il quale, poggiandogli una mano sulla sua spalla malata, fece il miracolo. Avevo circa otto anni e rimasi sbalordito da questo racconto.

Passano circa quindici anni, arriviamo al presente. Di anni ora ne ho ventiquattro e sono in procinto di scrivere la mia tesi di laurea. È un periodo difficile, ma scrivo. Riempio le pagine che mi separano dal traguardo tanto sognato, la laurea magistrale. Mentre scrivo, vivo esperienze nuove, forti.

E così, fuori all’ospedale dove è ricoverato mio padre, esco a salutare mia cugina Valeria, venuta a portarmi del materiale utile per trascorrere la notte. È più grande di me di un paio d’anni ed ha avuto negli ultimi tempi una vera e propria rinascita. È dimagrita, diventata bellissima e sostiene a gran voce i suoi ideali e le sue passioni. Da piccola non era così, forse perché non le avevo mai dato occasione di farmi vedere i suoi pregi, o forse perché questa fioritura è avvenuta solo di recente. Mi complimento con lei per la sua carriera universitaria e per come svolge il suo lavoro con immensa passione e dedizione e lei mi ringrazia svelandomi il suo segreto, ciò che la motiva a tal punto da farle raggiungere questi splendidi risultati, nonché ciò che le ha permette di attraversare, giorno dopo giorno, la sofferenza legata alla morte di sua madre, mia zia, che ci lasciò qualche sera prima di Natale pochi anni fa. Il suo segreto è la sua professione di fede.

Mia cugina è buddista. Non lo è da sempre, ma da pochi anni e ogni settimana incontra i suoi compagni di fede. A questi incontri è riuscita a portare, talvolta, anche suo padre e suo fratello, ritrovando un’unione familiare insperata fino a qualche anno fa. Con la luce negli occhi mi spiega alcuni punti fermi del buddismo. Il caso non esiste. La legge di causa-effetto è sovrana. Esiste una connessione universale che lega tutti gli esseri viventi, una enorme, gigantesca empatia che ci rende quasi telepatici. E così via. Da apprendista filosofo non mi trova d’accordo su alcuni punti, ma è bello chiacchierare con lei, dirci cose che non ci siamo mai detti e scoprire che, in fondo, anche se non ci siamo mai confidati, ci conosciamo e ci riconosciamo nello stesso sangue. Siamo consanguinei, ma siamo, prima di tutto, umani. Ci riconosciamo, dunque, nell’umanità che ci caratterizza essenzialmente e che accomuna non solo noi, ma molti altri che, come noi,  credono in qualcosa, al di là dei particolarismi nei quali il credo di turno prende forma.

Ecco la risposta alla domanda posta a mia madre quindici anni fa. La religione cattolica non è la religione vera, la migliore, la vincente, quella che merita di regnare su tutte le altre. Così come il buddismo non lo è. Non esiste un credo vero in assoluto, bensì quel credo che, di volta in volta, si dimostri il migliore relativamente al vissuto di ciascuno. Mia mamma crede in Padre Pio perché ha guarito suo nonno, mia cugina in Budda perché le ha donato una seconda vita. Mia mamma e mia cugina sono animate dallo stesso bisogno di credere che potremmo paragonare ad un manichino che ciascuna delle due ha deciso di abbigliare in maniera diversa. Possiamo cominciare un percorso in cui enumeriamo le differenze che intercorrono tra i due vestiti, porre l’accento su di esse, metterle in luce, ma, senza nulla togliere a questa operazione, pur necessaria per evitare di incorrere nella notte di hegeliana memoria in cui tutte le vacche sono nere , è necessario considerare come all’inizio del percorso, che poi si dirama in mille direzioni, ci sia lo stesso punto di partenza, il bisogno di credere.

 

*Andrea Vaccaro (1991). Laurea in Filosofia con lode presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. “Il bisogno di credere nella riflessione di Julia Kristeva”, è il titolo della sua tesi di Laurea Magistrale in Antropologia filosofica.

Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

Seta. L’amore leggero.

Pensieri al veleno. Perchè liberare la mente?

1 Comment

Leave a Response