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Perché è importante la filosofia pratica a scuola?

Perché è importante la filosofia pratica a scuola?

Quando parlavo di Filosofia pratica prima della Scuola di Acuto, sentivo di non essere capita. Gli sguardi diventavano vacui all’improvviso. Parole mancanti, verbalizzazione assente. Cosa mai si voleva intendere? Tale preoccupazione (di non essere capita, intendo) mi ha influenzata a tal punto che nel corso del tempo ho perso anche io il significato. Poi Lipman, poi la P4C.

La scuola è il luogo della costruzione e della formazione. La scuola è il primo luogo in cui la pratica si percepisce eppure a scuola ci si annoia. Fortunatamente non sono così vecchia (?) da aver dimenticato cosa significasse la noia sui bachi di scuola. Quelle ore che non passavano più. Angoscianti minuti lunghi l’attesa di qualcosa che non era chissà cosa ma già era qualcosa. Lipman (che non vi introdurrò, non vi scriverò date, nascite e meriti ma espressioni ed esperienze! Per tutto il resto c’è Wikipedia), fece un ragionamento simile, più compiuto, certamente, ma simile.

La pratica sta all’azione come la credenza sta al pensiero! 

Tale proporzione è fondamentale per capire la differenza prima, e il passaggio poi, da pratica normale a pratica critica. La critica, l’autocritica, la correzione degli altri e poi di se stessi sono momenti sostanziali per concepire una pratica educativa che sia critica e che sia funzionale allo sviluppo delle capacità raziocinanti delle persone.

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Perché serve la comunità di ricerca filosofica?

La pratica educativa critica è riflessiva e comporta la necessità di una riflessione da parte della persona. E’ per questo che gli assunti principali del paradigma riflessivo si concentrano sul valore dell’educazione attiva e funzionale. La riflessine di Lipman, infatti, si focalizza sul rapporto studente maestro. Quello di cui andrà a parlare saranno, infatti, i padroni e gli studi che confluiranno nella sua Philosophy for Children (P4C). Gli assunti:

filosofia pratica

  1. l’educazione è il risultato della partecipazione alla comunità di ricerca guidata dall’insegnate, tra i cui obiettivi vi è la capacità di comprendere e di “giudicare bene”;

 

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2. gli studenti sono spinti a pensare al mondo ogni volta che la nostra coscienza del modo si rivela ai loro occhi ambigua, incerta e misteriosa;

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3. le discipline coinvolte nella ricerca sono sovrapponibili e non solo esaustive; le relazioni con i loro argomenti sono, di conseguenza, alquanto problematiche;

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4. la posizione dell’insegnate è fallibile e non autoritaria;

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5. gli studenti devono essere attenti e riflessivi e sempre più ragionevoli e giudiziosi;

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6. la parte fondamentale del processo educativo non è l’acquisizione di informazioni, bensì la comprensione delle relazioni interne e reciproche tra gli argomenti oggetto di indagine

In sintesi se nel paradigma standard l’insegnate interroga e l’alunno risponde, nel paradigma riflessioni alunni e docenti sono sullo stesso piano e si pongono domande; se nel paradigma standard gli studenti imparano ciò che viene loro insegnato, nel paradigma riflessivo gli studenti pensano e fanno parte attivamente della comunità di ricerca.

Ed allora cosa è possibile fare per rendere l’educazione più critica, più creativa e più attenta a se stessa?

la mia raccomandazione è, in primo luogo, quella di inserire nei curricoli della suola primaria e secondaria l’insegnamento della filosofia. Chiaramente ciò non basta: è necessario fare di più per potenziare il pensiero in tutti i contesti interdisciplinari. E, chiaramente, quando dico che bisogna introdurre la filosofia nella scuola elementare , non intendo quella filosofia arida e accademica tradizionalmente insegnata nelle università

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Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

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