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Roberto: partire per poi restare | #lavoronarrato

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Sono arrivato in Belgio ed esattamente a Bruxelles nel settembre 2012, quasi 5 anni fa. Confesso di non ricordare precisamente la dinamica degli eventi che mi hanno condotto a Bruxelles, in quell’anno.

Roberto comincia così. Nudo e crudo. E’ arrivato Bruxelles anche ase non ricorda come. Le dinamiche del suo trasferimento. La partenza.

Ma quando hai deciso: mollo tutto e parto per il Belgio?

“Come spesso accade – dice – è stato fondamentale discutere (di persona o via mail, skype, etc) con delle persone (amici e amici di amici) che stavano vivendo o avevano già vissuto un’esperienza di lavoro all’estero e particolarmente nel mio campo, che è la medicina. Anche se i vari tasselli del progetto “mollo tutto e parto per il Belgio” si ripresentano alla mente in maniera confusa, il mio stato d’animo di allora ed i pensieri ricorrenti in quel periodo della mia vita mi sono totalmente chiari”.

Cioè?

“Parlo di quella voglia di fuggire dall’Italia e dai suoi ingranaggi difettosi e della convinzione assoluta che, ad ogni modo, tutti i posti del mondo sarebbero stati migliori. Quest’idea dominante, che spesso diventa un atteggiamento ipomaniacale ai limiti del “patricidio” (nel senso di patria), è molto utile, all’inizio, per un adattamento rapido nella nuova realtà sociale e lavorativa in cui si è catapultati. Le strade pulite, i treni in orario, il tuo capo che ti sembra gentile e ti fa i complimenti, fanno il resto e l’integrazione, completa e superficiale allo stesso tempo, è compiuta”.

E dopo tutto questo entusiasmo?

“Dopo l’entusiasmo iniziale, arrivano, inevitabilmente, la nostalgia di casa ed il mal del paese in cui ti trovi. Ed è a questo punto, forse ancora una volta in maniera irrazionale, che dimostri di avere un orgoglio nazionale mai palesato prima, che inizi a pensare che poi, dopo tutto, certe cose si fanno bene anche da noi o forse addirittura meglio e che ti senti, per la prima volta, non come il fortunato che potrà avere un futuro migliore, ma per quello che sei veramente: un emigrante del lavoro. Questo, che piaccia o meno, anche se ti trovi nella capitale di quell’Europa di cui dovresti sentirti cittadino. E dal momento che per il lavoro si parte, di lavoro intendo parlare, come se fosse un viaggio”.

Un grande viaggio in tutti i sensi: viaggio reale, viaggio della mente, viaggio dell’anima

“Sì, il mio viaggio è iniziato cinque anni fa. Dapprima in pediatria, poi in neurologia pediatrica, presso l’Hopital des Enfants di Bruxelles. Molti i compagni di viaggio, spesso stranieri come me, e senza di loro sarebbe stato molto più difficile. Ad ogni tappa, una storia più o meno a lieto fine che ti segna: bambini, adolescenti e le loro famiglie, provenienti dai quattro angoli del mondo, in difficoltà e bisognosi delle tue cure, di attenzione e consigli. Per fortuna, dopo ogni fermata, si riparte. In fondo è solo un viaggio”.

Ma un viaggio finisce prima o poi…

“Col tempo, ti rendi conto che il tuo è un biglietto di sola andata. I paesaggi si ripetono, prendi progressivamente maggiore consapevolezza dei luoghi da visitare, può anche capitare di annoiarti, ma tu sai che devi continuare il viaggio. In fondo, partire, fermarsi un po’ e poi ripartire ti è sempre piaciuto. Ed oggi, non importa in che città mi trovi, so che il mio lavoro ha plasmato la mia personalità, cambiato il modo in cui percepisco le cose ed il mio approccio alla vita e agli altri. Si parte per lavorare, si lavora per vivere. Poi può capitare che il lavoro stesso diventi vita e viaggio, passione e narrazione”.  

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Anita Santalucia

Anita Santalucia

Filosofia. Prima di tutto la filosofia. 26 anni, laurea, master e i mille posti del mondo che non ho ancora visitato.

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